Cassetto personale · Un'anima su carta

La difficoltà nell’utilizzo delle parole. Un piccolo momento di me.

Buongiorno!

Se il vostro pensiero alla lettura del titolo è stato “oddio, ma questa ora cosa si è messa in testa di fare? Un articolo pesante, qualcosa di sconfinatamente banale, un mini dizionario per bambini o cos’altro…”

Beh, non è così. Effettivamente questo articolo potrebbe risultare non avere né capo né coda, ve lo dico dal principio in modo che non possiate poi rimanere delusi. Si tratta di qualcosa di estremamente personale, quindi, non farò riferimento a statistiche o a ricerche scientifiche.

Parlare è difficile. Esprimersi ancor di più. Farsi capire, pressoché impossibile.

Ci ho riflettuto talmente tanto su quest’argomento da sentire il bisogno di riempirmi di nuove parole, nuovi significati e pensieri prima di poter scrivere qui una qualsiasi altra cosa. Più rimanevo stordita da quanto fosse difficile comunicare (pur provandoci invano), più sentivo il bisogno di immergermi nella “testa” degli altri per evitare il silenzio della mia.

Confesso: ho parlato per anni perché qualcuno capisse quello che sento. Stasera ti confesso che sono entrato in un porto ed ho cercato una nave che mi portasse lontano. Non voglio più vedere le cose che mi hanno fatto sentire questo silenzio.

Piero Ciampi

Questo articolo è disseminato di citazioni. Come succede in questi casi, ho scoperto che quando io non ho le parole per esprimermi o comunque non sia in grado di dare loro un senso compiuto in una frase, basta trovare qualcuno che sia già riuscito a metterle in fila al posto mio. Qualsiasi tipo di emozione, sensazione, situazione è già stata vissuta, è già stata provata, è già stata descritta. Incredibilmente, inverosimilmente, qualcuno ne sarà anche uscito. Quindi, che non si abbia la forza per superare qualcosa è ammettere di essere deboli, forse, più deboli di altri. Assurdo vero? Anche il non dire qualcosa,o il non prendere una decisione, il voler rimanere fermi, ci ha già posto tra quelli che hanno già fatto la loro scelta. Ho provato in tutto questo tempo a “rimanere immobile”. Eppure ogni giorno che passava in quello che reputavo uno stato di “immobilità”, aveva un prezzo. La mia non decisione era stata trasformata in una scelta. Io che in fondo “avevo deciso di non scegliere”.

Eppure, vi confesso, che ho -lasciato- che avvenisse.

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro. Se ci stacchiamo da qualcosa che alla lunga rappresenta un peso piuttosto che un aiuto ad andare avanti, poi saremo pronti ad aprirci all’essenziale, a ciò che conta.

“Gli ordini del successo” –  Bert Hellinger

Cosa andrebbe fatto -Cara catastrofe-?

Conclusi che il mio silenzio col tempo si era trasformato in un bisogno specifico. La difficoltà delle parole non era mai stata nel non sapere cosa volessi dire, ma nel non sapere come dovessero essere espresse.

Stasera ti confesso… che è tardi per svegliarsi al mattino con la pace nel cuore.

Piero Ciampi

Quello che volevo in fondo era lontano. Eppure, (forse?) sarebbe bastato il non dover riflettere tanto su quanto fosse difficile pensare quello che pensavo e dover cercare il modo giusto per dovertelo dire.

Voglia di leggerezza, di perdermi nell’abbandono delle cose per sentire solo quell’istante di felicità che anche la perdita di tutto, causa. Mantenersi a lungo su un filo, ti fa desiderare anche di cadere giù; di vedere un istante di felicità nel momento in cui lasci la presa. Di sentirsi per un solo istante, leggeri.

Un bacio e una carezza.

Perché oggigiorno c’è bisogno di più contatti per spiegarsi . Per quanto assurdo sia, le parole  sono sempre state un limite.

Carla.

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